Nei giardini del vecchio asilo, quelli dove al mattino si trovano resti di cibo, lattine vuote, sacchetti gettati sull'erba rada e opaca cresciuta a chiazze su terra gialla e argillosa. E' lì che incrocio mia nonna: lo sguardo preoccupato, dopo avermi vista cambia traiettoria per venirmi incontro, per dirmi qualcosa. Io ho da fare.
"Hai sentito cos'è succeso?"
Non mi va di sentire le storie di paese. In genere mi parla di vecchi che non conosco e che sono stati portati via in ambulanza o che sono morti. Poi inizia a darmi dei dettagli per farmi capire di chi stia parlando... il figlio di... il nipote della... quello che ha la bottega... dettagli che non risco ad associare a nessuno.
Nonna mi guarda.
"No" E' la mia risposta secca. Antipatica.
"Nel canale... hanno detto che forse sono morti due ragazzi" Mi allarmo, per un secondo.
"Chi sono?"chiedo.
"Non lo so... sono due ragazzi... dice che forse sono annegati"
Due ragazzi e forse per me, che ho da fare, è troppo poco. Sarà una delle solite notizie che si ingrandiscono di bocca in bocca e, in ogni caso, saranno due ragazzi che non conosco.
"No nonna, non lo so, non avevo sentito dire niente"
Colgo l'attimo di silenzio e saluto.
Oggi sono passati dieci anni. Scrivo da chilometri di distanza, da una città lontana e profumata di sale. Certe storie sfuggono dalla mia testa senza che me ne accorga ma poi basta un messaggio, una data che ricordi come palle di gomma tenute a forza sott'acqua iniziano a riaffiorare. Quindi mi siedo, lascio a metà la tavola da sparecchiare, la valigia da disfare. Scrivo. E celebro questo anniversario.
Poco dopo sono in un negozio di pesca per comprare delle esche. Non sono per me, sto accompagnando qualcuno.
l'odore acre, le voci di signori anziani mi ricordano il negozio di pesca dove da bambini andavamo a comprare i fili colorati per gli scubidù. Ogni tanto il vecchio proprietario ci regalava uno starlight. Lo accendevamo la sera e la luce fluorescente perdeva piano piano intensità, fino a spegnersi del tutto il giorno successivo.
mentre guardo i galleggianti gialli e rossi, sento i vecchi parlare
"si, dice che è successo oggi"
"ma dove?"
"lì, nel canale nuovo, sotto la diga... lì c'è una bella buca. Profonda. Sembra sia stato per via degli stivali a coscia"
"ma son morti?"
"non si sa. non me l'hanno saputo dire"
"ma chi sono?"
"mah... uno sembra sia quel bimbo che viene tutte le settimane per le esche..."
Finiamo di comprare, usciamo.
E' sera. Siamo a cena. La notizia è giunta anche ai miei - o sono stata io a portarla? Forse nonna? Riportiamo le voci che abbiamo sentito: l'incidente c'è effettivamente stato, in base a quello che riusciamo a ricostruire ma sulla morte dei ragazzi non c'è nessuna conferma.
Cerchiamo conferme e notizie sulle televisioni locali.
E' invece una telefonata che ci informa. A squillare è il cellulare di mamma e a chiamare è mio fratello, in viaggio di ritorno dalla gita di quinta superiore. Vienna.
Mamma risponde poi, sconvolta, si alza da tavola, telefono all'orecchio, scappa in camera e si rinchiude dentro.
Non capiamo. Guardo mio padre che si alza, va a bussare alla porta.
Mamma esce, occhi rossi, piange.
"Matteo sta bene. Un'ora e arriva a casa" fa una pausa
"Riccardo è morto".
Un'ora dopo.
Matteo è arrivato a casa.
(Forse è esattamente la stessa ora di adesso: il mio orologio segna le 21.07)
Matteo da qualche tempo porta i capelli lunghi, è un bel ragazzo, molto magro, alto. In tanti ci dicono che ci assomigliamo.
Matteo ha ancora gli occhi gonfi e lucidi e le guance arrossate.
Ci racconta quello che ha saputo, durante il viaggio di ritorno.
Prima una telefonata, una voce che arriva e che inizia a spargersi. Non ci vogliono credere. Iniziano a telefonare, a chiedere, i cellulari squillano, i professori non sanno cosa dire. Ragazzi e insegnanti iniziano a piangere, increduli, sgomenti.
Riccardo è un loro compagno di classe: aveva deciso di non andare in gita perchè il venerdi sera avrebbe lavorato al pub, come barista, e non voleva perdere la serata. Poi avrebbe preferito un'altra meta, che era stata scartata: Parigi. E poi il sabato, come sempre, voleva andare a pescare.
Riccardo ha 18 anni. Lui e Matteo hanno fatto le elementari insieme. Si sono persi per anni e poi, per caso, si sono ritrovati. Hanno preso la patente insieme. Riccardo aveva pure convinto Matteo ad andare in discoteca, qualche volta. Ogni tanto, mentre io appendevo giacche e borse nel guardaroba del Vx8, li vedevo sbucare tra le teste di ragazze e ragazzi sconosciuti e spesso maleducati. Belli, sorridenti.
Quando Matteo non c'era, Riccardo passava a salutarmi e si tratteneva per parlare un po'. A volte mi rallentava nel lavoro perchè chiacchierava senza sosta, ma mi faceva ridere e lo lasciavo rimanere. Finivo immancabilmente per appendergli la giacca senza farlo pagare.
Matteo ci racconta che Riccardo quel pomeriggio era andato a pescare con un amico, che l'amico si era spinto troppo avanti e gli stivali di gomma l'avevano portato giù, che Riccardo si era lanciato per riprenderlo e che gli stivali verdi, a coscia, avevano protato giù anche lui, che un terzo ragazzo aveva provato a fare lo stesso, si era allungato nell'acqua del canale ed era arrivato fino a toccargli una mano, ma quando si era sentito trascinare a fondo, aveva dovuto mollare la presa mentre Riccardo, con l'amico, era rimasto giù nell'acqua fangosa.
Questo era successo, quel giorno. Matteo finisce di parlare.
Poi prende lo zaino e in silenzio tira fuori i regalini che ci ha portato da Vienna. Un bicchierino per babbo. Una palla di cristallo con un fiore arancio incastonato all'interno per mamma. E per me una di quelle cornici di vetro che contengono sabbia e acqua colorata. Capovolgendola, la sabbia scivola e si formano dei paesaggi diversi, di colori sempre nuovi.
Matteo mi dà il regalo.
Lo ringrazio, lo abbraccio.
Egoisticamente mi scopro a pensare alla fortuna che mi è capitata di avere un fratello che posso abbracciare.
E' un sabato sera di marzo. Tra poco devo andare al lavoro. Al guardaroba.
Mentre scendo le scale penso che forse è stato tutto un grosso errore. Penso che in serata vedrò apparire Riccardo davanti al bancone.
Penso che se succede davvero lo abbraccio come se fosse Matteo, anche se non siamo così in confidenza e la cosa potrebbe apparirgli strana.
"Ci hai fatto prendere uno spavento!" gli dico
a quel punto Riccardo mi guarda col viso incerto.
Si toglie la giacca e me la passa.
Ride.
Ciao R.
solo lontanamente posso provare a immaginare il dolore delle persone che ti hanno amato.
V.
Leaving Brea
amica mia
Sei entrata nella mia vita e hai camminato con me.
abbiamo amato, vaneggiato. Desiderato.
Insieme abbiamo chiuso valigie piene di panni vecchi.
Di panni diventati troppo stretti.
e, a volte, di panni ancora buoni.
mi hai chiuso gli occhi di sera
per tornare ogni mattina a svegliarmi.
mi hai insegnato a cercare,
mi hai insegnato a vedere.
solo quando credevo di aver imparato
a sostenerti, a rinnovarti
ho smesso di sentirti vicina.
nelle mie mani, svanivi.
finchè ho smesso di cercarti.
ti ho pensata tramontata sulla mia età più densa.
ti chiedo scusa.
Nelle nuvole di questo martedi,
il vento mi porta sale e odore di pesce.
In questo Oggi, ti cerco di nuovo.
06.03.2012, 09.30am
abbiamo amato, vaneggiato. Desiderato.
Insieme abbiamo chiuso valigie piene di panni vecchi.
Di panni diventati troppo stretti.
e, a volte, di panni ancora buoni.
mi hai chiuso gli occhi di sera
per tornare ogni mattina a svegliarmi.
mi hai insegnato a cercare,
mi hai insegnato a vedere.
solo quando credevo di aver imparato
a sostenerti, a rinnovarti
ho smesso di sentirti vicina.
nelle mie mani, svanivi.
finchè ho smesso di cercarti.
ti ho pensata tramontata sulla mia età più densa.
ti chiedo scusa.
Nelle nuvole di questo martedi,
il vento mi porta sale e odore di pesce.
In questo Oggi, ti cerco di nuovo.
06.03.2012, 09.30am
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